Estetica dentale: dai Maya alle Gheishe, tutte le usanze più strane

Estetica dentale: dai Maya alle Gheishe, tutte le usanze più strane

Quando sentiamo parlare di estetica dentale il nostro pensiero va inevitabilmente a denti bianchi e dalla forma perfetta. Non solo, siamo anche portati a pensare che questo concetto di bellezza sia universale. Tuttavia basta allontanarsi un po’ nel tempo o nello spazio per capire che i canoni estetici variano tantissimo da una cultura all’altra.

I Maya, ad esempio, usavano ornare e mutilare i denti, azioni essenziali per il rituale. Gli interventi venivano effettuati sul dente vitale, di solito sugli incisivi superiori e inferiori e talvolta sui primi premolari. Le pietre intarsiate erano varie come giada, ematite, turchese, quarzo, cinabro, pirite di ferro, ecc.

Etnie dell’Africa come i Ndzimu (Camerun), i Dzem (Gabon), i Ba-binga (Congo), i Bonyo (Congo), i M’baka (Congo) o i Shanga (Mali) tolgono i quattro incisivi inferiori. A Borneo i Dusmus tingono i denti con un impasto a base di solfato di rame e olio di noce di betel. I vietnamiti applicano, invece, una vernice fatta con pittura nera, zenzero e mango sopra la superficie del dente trattata con acido citrico.

In Giappone si praticava la tecnica dello Ohaguro nella quale le donne bruciavano ossidi ferrosi e li miscelavano con té nero, aggiungevano una pappa a base di riso, sake e caramello. Raccontano le cronache che ne uscisse un pigmento nero di pessimo odore, utilizzato per preparare un inchiostro e per tingere tessuti di seta e di cotone. E anche per colorarsi i denti. Secondo lo scrittore Junichiro Tanizaki, il nero dei denti doveva servire a mettere in risalto il contrasto con il volto, che veniva truccato di bianco, il tutto allo scopo di conformarsi a un’immagine estetica che dava grande valore a un viso dall’espressione fissa e immutabile, in cui non si potesse distinguere alcun cambiamento dell’umore.