La carie nella Roma e nella Grecia Antica

La carie nella Roma e nella Grecia Antica

Con l’arrivo delle festività pasquali, le nostre tavole si riempiranno di gustosissimi dolci e il rischio di carie sarà proprio dietro l’angolo. D’altra parte, al di là delle occasioni, che possono favorire o meno queste brutte sorprese, la carie resta una delle malattie più diffuse al mondo. Una patologia che colpisce ogni anno 190 milioni di persone e che già gli antichi conoscevano molto bene.

Nel “Corpus Hippocraticum”, ad esempio, la carie viene nominata più volte ed è considerata come l’espressione di un’alterazione dei quattro umori. In questo caso la terapia proposta era l’estrazione dell’elemento cariato, altrimenti si doveva procedere a sciacqui tenendo in bocca l’oppio, il pepe ed alcune erbe medicamentose essiccate.

Nella Roma antica, la carie dentale veniva considerata come la causa più comune del mal di denti e veniva curata in prima istanza con l’assunzione di farmaci e di collutori a base di oppio, incenso, giusquiamo, pepe e piretro.
Successivamente era possibile porre, direttamente nella cavità cariosa, grani di pepe o bacche di edera. Nei casi in cui tale rimedio falliva, era necessaria un’infusione di origano e arsenico in olio, posti nella cavità che veniva poi chiusa con la cera. In caso di pulpite, invece, si usava perforare con un piccolo trapano il dente in più punti, introducendo olio. Le estrazioni dentarie venivano effettuate solo in casi estremi.

Plinio, nella sua Historia Naturalis, espone la “teoria del verme“, già nota in epoca babilonese, come agente eziologico della carie. Secondo questa teoria la carie scaturiva proprio a causa di un verme in grado di scavare, come un vero e proprio tarlo, gallerie all’interno dell’elemento dentale. Al periodo tardo-imperiale, e in particolare ad Archigene d’Apamea, invece, sembra sia da attribuire l’invenzione di un rudimentale trapano, con il quale era possibile perforare il dente e penetrare nella camera pulpare, in modo da porre topicamente sostanze medicamentose.

Rufo d’Efeso (II sec. d.C.), infine, ideò un materiale per otturare le cavità cariose, costituito da una miscela di allume di rocca, mirra, cumino, pepe nero e aceto.
Insomma, pratiche lontanissime da quelle attuali, ma che dimostrano capacità d’ingegno e una forte attenzione nei confronti della problematica, anche nel passato.

Oggi nel Centro Odontoiatrico Freesmile, per curare la carie dentale, rimuoviamo il tessuto cariato attraverso degli appositi strumenti meccanici. Successivamente procediamo all’otturazione della cavità che si è creata in seguito alla rimozione dei tessuti cariati con la tecnica dell’intarsio dentale.